Due parole sulla psicoterapia

La psicoterapia è una disciplina straordinariamente variegata e complessa. E non c’è da sorprendersi, visto che ha a che fare con la natura umana, per cui osservatore ed osservato coincidono inesorabilmente.

Non è dunque un caso che esistano oltre cinquecento tipi diversi di psicoterapia, e a queste bisogna aggiungere le infinite variazioni e contaminazioni apportate dai singoli psicoterapeuti.

Tuttavia, nonostante l’evidente sovrabbondanza di approcci e diversità, si possono individuare alcuni principi di base condivisi praticamente da tutti gli approcci.

1. Sono importanti le qualità umane dello psicoterapeuta. Ed in particolare la fiducia nel cambiamento, l’empatia, l’integrità personale.

2. Il superamento dei problemi emotivi implica una radicale riformulazione del problema. In altri termini, il modo in cui le persone si rappresentano i loro problemi è parte del problema, e pertanto la psicoterapia ha spesso lo scopo di riformularlo in termini diversi.

3. L’espressione dei propri pensieri e delle proprie emozioni aiuta a superare i problemi.

4. Capire non è tutto, bisogna anche impegnarsi ad assumere atteggiamenti e comportamenti nuovi e più produttivi.

Non ho mai incontrato nessuno psicoterapeuta, qualsiasi sia la sua formazione e il suo orientamento, che sia contrario ad uno solo di questi principi. E credo che sia non solo una bella notizia, ma che abbia delle conseguenze che possono essere coltivate.

Trovo che gli approcci basati sulla mindfulness e l’approccio cognitivo comportamentale cosiddetto di terza generazione, abbiano il merito di prendere in seria considerazione questi punti e di coltivarli con una cura speciale.

Infine, abbiamo le conferme empiriche.

Non tutti gli approcci psicoterapeutici sono felici di sottoporre i loro metodi a ricerche cliniche rigorose. Credo che questo sia un limite di molte psicoterapie che sembrano più affascinate dai loro modelli che dalla dimostrazione di efficacia.

Anche da questo punto di vista, trovo straordinariamente fertile il terreno di un approccio, come quello basato sulla mindfulness, che si presta con grande serenità al giudizio della realtà. Sono noti gli studi neurofisiologici sugli effetti della meditazione sul cervello. Voglio ricordare che per la loro realizzazione alcuni monaci si sono sottoposti volontariamente a sofisticate e complesse indagini con attrezzature di ogni genere. E voglio ricordare l’impegno degli studiosi in una grande quantità di studi clinici che implicano la registrazione rigorosa degli effetti della partecipazione ai programmi MBSR e MBCT.

Credo che queste siano tutte buone ragioni, al di là della passione personale, per proseguire in un percorso clinico e di ricerca basato sulla mindfulness.

Corso Mindfulness per la psicoterapia e gli psicoterapeuti

A fine aprile (27, 28 e 29) ci incontreremo a Treviglio con venticinque psicoterapeuti per la quarta edizione del corso Mindfulness per la psicoterapia e gli psicoterapeuti.

Il corso è tenuto da Michael Chaskalson e da me. Lui si occuperà dell’introduzione alla pratica della mindfulness, io degli interventi di psicoterapia cognitivo comportamentale di terza generazione e della integrazione della mindfulness in psicoterapia.

Sono molto contento del successo di questa iniziativa che ad ogni edizione raccoglie un entusiasta e partecipato consenso che, credo, dipende dalla sua formula.

In sintesi, molti psicoterapeuti esperti desiderano includere la mindfulness nel loro repertorio professionale e lasciarsene contaminare in modo creativo, senza dover abbracciare in modo integrale un’attività di istruttore di mindfulness.

Ritengo che si tratta di una decisione saggia.

La mindfulness in se stessa non è una psicoterapia, ma aiuta in modo evidente il processo di cambiamento psicoterapeutico. E molti disturbi e problemi per i quali le persone cercano aiuto richiedono interventi specifici.

Mi dicono che le iscrizioni sono chiuse per la prossima data, ma è possibile prenotarsi per l’edizione che terremo a Roma in ottobre. Se sei interessato vai su Mindfulness per la psicoterapia e gli psicoterapeuti (Roma)

Video Mindfulness e psicoterapia

La mindfulness viene oggi praticata all’interno di moderni programmi di psicoterapia (soprattutto in ambito cognitivo-comportamentale) per la sua efficacia sull’umore, sull’ansia, su alcuni disturbi dolorosi e cronici e sulla capacità di gestire lo stress.

Ma che cos’è e da dove deriva?

Credo che valga la pena seguire questo breve video in cui pongo le stesse domande a Michael Chaskalson dell’Università di Bangor (UK), istruttore di mindfulness e autore di numerosi articoli scientifici sull’argomento. A proposito, Michael Chaskalson è il mio maestro di meditazione.

Mindfulness e psicoterapia cognitivo-comportamentale

La terapia cognitivo-comportamentale è avvantaggiata da un atteggiamento sostanzialmente non ideologico (non difende idee), pragmatico (l’importante è che funzioni)  ed empirico (ricerca della evidenza).

Queste tre caratteristiche consentono alla terapia cognitivo-comportamentale di rimanere al passo con i tempi e di assorbire le novità in modo relativamente indolore.

È accaduto con la rivoluzione cognitiva che è nata in aperta contrapposizione con l’approccio comportamentista con il quale poi si è unita in felice matrimonio.

È accaduto con alcuni aspetti della PNL (Programmazione Neuro Linguistica) e con la teoria dei sistemi. Entrambi gli approcci hanno influenzato alcuni concetti e metodi della terapia cognitivo comportamentale, senza metterne in crisi l’esistenza e la continuità.

Ora è il momento della mindfulness.

Due protocolli (MBSR ed MBCT), la Terapia Dialettica e l’ACT, tutti approcci basati sulla mindfulness, sono nati in ambiente cognitivo e sono praticamente parte della famiglia.

Eppure alcuni concetti e metodi che accomunano questi approcci sono profondamente diversi dalla terapia cognitivo-comportamentale standard.

Non a caso oggi si discute se la mindfulness abbia apportato delle modifiche sostanziali all’impianto teorico della terapia cognitivo-comportamentale oppure no.

Esprimo subito la mia opinione.

No, la mindfulness implica a mio avviso una ri-concettualizzazione rispetto ad alcuni assunti della terapia cognitivo comportamentale, ma non ne modifica i paradigmi fondanti. Gli assunti a cui farò riferimento in questo articolo sono due: la ristrutturazione cognitiva e l’esposizione.

1. La ristrutturazione cognitiva

L’idea di fondo che ispira questo modello di intervento classico della terapia cognitiva è che modificando alcune convinzioni disfunzionali si modificano anche le emozioni e i comportamenti conseguenti.

Ne consegue che un grande impegno viene devoluto allo scopo di modificare tali convinzioni, contestandole direttamente, mettendole alla prova della realtà, evidenziandone le contraddizioni, e via dicendo.

Intendiamoci, non c’è nulla di male in questo. Se sono convinto che gli attacchi di panico mi portino alla follia, il tentativo del terapeuta di mostrarmi quanto questa idea sia falsa è del tutto apprezzabile.

Ma cosa accade se, pur essendomi convinto di non impazzire, continuo a temere gli attacchi di panico e quando li provo “mi sento impazzire”?

Il punto è che qui la ristrutturazione cognitiva non può nulla. Si può discutere all’infinito sulla follia, sul panico, sulla mente, sulle conseguenze, etc. etc., senza cavare un ragno dal buco. Quando mi sento in ansia, continuo a sentire di impazzire.

Il problema qui è evidentemente diverso. Non si tratta di modificare una “convinzione”, ma di modificare il mio atteggiamento rispetto ad una emozione/pensiero/sensazione.

Invece di fuggire da questo stato, posso provare a familiarizzarmi con esso. E quando lo faccio, miracolosamente tutto cambia.

Si tratta di un principio fondamentale del lavoro con la mindfulness: accogliere i pensieri, le emozioni e le sensazioni per come esse si presentano, nel momento in cui sono. Nel gergo dei protocolli mindfulness, ciò viene spesso detto: riconoscere i pensieri in quanto pensieri, indipendentemente dal loro significato.

Tuttavia, una certa parte degli interventi basati sulla mindfulness sono dedicati a modificare alcuni pregiudizi che ostacolano il lavoro personale.

Ad esempio, molti interventi dell’ACT sono basati sull’idea che è bene convincersi di quanto sia inutile combattere i propri pensieri.

Questo tipo di intervento è ristrutturante in senso classico. Ne consegue che la terapia cognitivo comportamentale può arricchirsi di nuove concettualizzazioni, può renderle più articolate e sofisticate, senza gettare alle ortiche alcuni interventi palesemente utili.

2. Esposizione e desensibilizzazione

L’idea di mettersi volontariamente nelle condizioni e nelle situazioni che generalmente vengono evitate per desensibilizzarsi ad alcune emozioni è un principio solidissimo della terapia cognitivo-comportamentale.

Nessuno sogna di portare avanti una terapia del DOC, ad esempio, senza implicare una esposizione alle situazioni che generano i dubbi o le ossessioni.

Nel lavoro con la mindfulness, non solo l’esposizione non viene rifiutata, ma viene spinta ancora oltre. Non si tratta di esporsi a situazioni esterne, ma di esporsi ad eventi interiori!

In altri termini, ogni esposizione implica una esposizione più profonda: il contatto con le emozioni e le sensazioni che tale situazione esterna evoca.

E nel momento in cui mi espongo agli eventi interni, il mio scopo cambia: non è più una forma di desensibilizzazione, ma un ampliamento della prospettiva e della conoscenza.

Nel momento in cui mi espongo agli eventi interni con apertura e curiosità, li conosco più profondamente, e dunque non ne ho più paura.

Si potrebbe dire che lo scopo dell’esposizione assomiglia meno ad una anestesia e più ad un riprocessamento.

Nel gergo mindfulness si parla di intimate detachment, un ossimoro che esprime il paradosso della esposizione basata sulla mindfulness: percepisco, sento, vedo, ma nnon sono coinvolto.

Ciò è molto diverso dall’idea occidentale del distacco e forse anche da alcune ingenue rappresentazioni del concetto di desensibilizzazione.

Ma, anche in questo caso, il lavoro con la mindfulness non mette in discussione l’esposizione né i suoi effetti, ma li articola e li approfondisce.

Conclusioni

Ciò che non può sfuggire è che, al di là del dibattito se i paradigmi siano cambiati o meno, la terapia cognitivo-comportamentale può enormemente arricchirsi dell’apporto derivante dalla mindfulness e può, a sua volta, restituire arricchimento.

 

Mindfulness e psicoanalisi

Alcune marginali analogie tra la mindfulness e la psicoanalisi possono indurre ad accostare questi due approcci più di quanto sia concettualmente appropriato.

Ad esempio, la pratica della mindfulness, durante la quale si accolgono e riconoscono i pensieri così come vengono in mente, può essere accostata alle associazioni libere della psicoanalisi.

Sebbene vi sia effettivamente una parziale sovrapposizione tra i due concetti, in realtà si tratta di due idee molto diverse sia negli aspetti procedurali, sia nei modelli generali che le sostengono.

La psicoanalisi è una grande famiglia di approcci, per certi aspetti molto diversi tra loro, ma che sono accomunati da un’unica radice: la centralità dell’inconscio.

In questo articolo proverò a mostrare quanto l’idea cardine della psicoanalisi, l’inconscio, contribuisca a marcare una differenza radicale con la pratica della mindfulness.

L’inconscio freudiano non è per definizione un concetto descrittivo. Freud ha marcato con chiarezza la distinzione tra un inconscio descrittivo e un inconscio strutturale. E la tradizione psicoanalitica ha quasi sempre dato per scontata questa distinzione. L’inconscio che hanno in mente gran parte degli psicoanalisti è una vera e propria entità con regole sue proprie che condiziona la vita degli umani.

Dal punto di vista della mindfulness non esiste alcuna entità separata della mente che possieda tra le caratteristiche sue proprie quella di rappresentare l’inconscio. Invece viene dato molto rilievo alla consapevolezza, o al grado di consapevolezza, inteso come risultante di una quantità di fattori.

Ad esempio, io posso essere del tutto inconsapevole di un mio bisogno di accondiscendere gli altri, ma questo non vuol dire che dentro di me esista una entità inconscia che contiene la verità su questo bisogno.

Per usare una analogia culinaria, l’inconscio psicoanalitico è un ingrediente speciale di una ricetta.

Nella pratica della mindfulness, invece, il grado di consapevolezza è la ricetta, che a sua volta è fatta di tutti gli ingredienti e dai procedimenti di preparazione e cottura adottati.

Dunque, se le associazioni libere psicoanalitiche mirano a disvelare i segreti dell’ingrediente speciale, la pratica della mindfulness mira ad allenare alla preparazione della ricetta.

Questa differenza importante spiega anche un’altra apparente analogia: l’esplorazione di se stessi. Sia la psicoanalisi, sia la pratica della mindfulness danno un grande rilievo alla esplorazione soggettiva.

Ma se per la psicoanalisi l’esplorazione (non a caso chiamata “analisi”) coincide con una sorta di interpretazione della soggettività in base ad un codice di significati prestabilito (e spesso sono proprio i codici di significato che allontanano le varie famiglie psicoanalitiche), per la mindfulness l’esplorazione coincide con l’abbandono di ogni forma di interpretazione!

La mindfulness è in buona misura il tentativo di porsi in relazione alla propria esperienza per quanto possibile per come essa si presenta nel momento in cui si presenta, nella sua nuda espressione fenomenologica/percettiva, apprendendo dunque a cogliere l’attività mentale interpretativa in quanto tale, per liberarsi dalla sua capacità di allontanare gli umani dalla loro realtà più profonda.

Nella filosofia buddista, la mente è semplicemente un altro senso. Allo stesso modo in cui possiamo essere consapevoli dell’esperienza di vedere, ascoltare, toccare, odorare, gustare, possiamo essere consapevoli dell’esperienza di pensare.

Senza voler in nessun modo essere provocatorio, ma solo per esplicitare in modo ancora più evidente la differenza tra psicoanalisi e la pratica della mindfulness, possiamo dire che quest’ultima può aiutarci anche a diventare consapevoli dell’esperienza di pensare, ad esempio, in termini psicoanalitici.

Mindfulness e pensieri ossessivi

I pensieri sono una espressione libera del corpo e della mente. Per loro natura non sono buoni o cattivi, giusti o sbagliati. I pensieri sono parte della nostra esperienza umana.

Eppure per alcune persone i pensieri sono considerati pericolosi.

Per chi soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo, alcuni pensieri sono talmente temuti e avversati da convogliare ogni energia allo scopo di eliminarli, controllarli, misurarli.

Chi si pone contro i propri pensieri si pone contro una parte di sé. È come mettersi contro le braccia o le mani, è come combattere la propria faccia o i propri piedi.

La lotta quotidiana contro i propri pensieri è perdente. Sembra che con l’approfondirsi dell’antagonismo, i pensieri si facciano più intensi e minacciosi fino a ridurre la vita di una persona ad un lumicino.

La mindfulness può aiutare chi vive questa condizione.

Con la pratica si apprende a riconoscere la natura dei pensieri, si apprende a familiarizzarsi con loro e a dismettere la paura.

La pratica della mindfulness insegna a non temere la propria mente, ma insegna anche a non prenderla troppo sul serio.

La libertà non è liberarsi dai pensieri, ma lasciare semplicemente che siano.

La mindfulness non è new age

C’era una volta il new age.

Era facile riconoscerlo, bastava vedere qualcuno vestito all’orientale, semmai in posizione del loto, bastavano effluvi fumosi, musiche ripetitive e suadenti e il gioco era fatto.

Praticare la mindfulness, all’opposto, non vuol dire scimmiottare gli aspetti esteriori degli orientali, ma un lavoro concreto, trans-culturale, che unisce gli umani nell’esperienza dell’esistenza.

Non è un caso che nei protocolli MBSR e MBCT la si pratichi sulla sedia: nessun cedimento al look, nessuna posa di maniera, nessuna fuga nell’immaginario.

Praticare la mindfulness richiede disciplina e curiosità, impegno e apertura mentale.

Praticare la mindfulness può essere un sollievo, ma comporta anche maggiore responsabilità delle nostre azioni, nella nostra cultura, nel nostro ambiente.

Il lavoro pionieristico di Jon Kabat-Zinn ci ha insegnato a lavorare nel nostro presente e a coglierne sfumature spesso irriconoscibili per la fretta e la superficialità con cui trattiamo noi stessi, il nostro corpo e l’ambiente in cui viviamo.

Ne avevamo un grande bisogno, noi occidentali.

Ma non abbiamo alcun bisogno del new age.