La terapia cognitivo-comportamentale è avvantaggiata da un atteggiamento sostanzialmente non ideologico (non difende idee), pragmatico (l’importante è che funzioni) ed empirico (ricerca della evidenza).
Queste tre caratteristiche consentono alla terapia cognitivo-comportamentale di rimanere al passo con i tempi e di assorbire le novità in modo relativamente indolore.
È accaduto con la rivoluzione cognitiva che è nata in aperta contrapposizione con l’approccio comportamentista con il quale poi si è unita in felice matrimonio.
È accaduto con alcuni aspetti della PNL (Programmazione Neuro Linguistica) e con la teoria dei sistemi. Entrambi gli approcci hanno influenzato alcuni concetti e metodi della terapia cognitivo comportamentale, senza metterne in crisi l’esistenza e la continuità.
Ora è il momento della mindfulness.
Due protocolli (MBSR ed MBCT), la Terapia Dialettica e l’ACT, tutti approcci basati sulla mindfulness, sono nati in ambiente cognitivo e sono praticamente parte della famiglia.
Eppure alcuni concetti e metodi che accomunano questi approcci sono profondamente diversi dalla terapia cognitivo-comportamentale standard.
Non a caso oggi si discute se la mindfulness abbia apportato delle modifiche sostanziali all’impianto teorico della terapia cognitivo-comportamentale oppure no.
Esprimo subito la mia opinione.
No, la mindfulness implica a mio avviso una ri-concettualizzazione rispetto ad alcuni assunti della terapia cognitivo comportamentale, ma non ne modifica i paradigmi fondanti. Gli assunti a cui farò riferimento in questo articolo sono due: la ristrutturazione cognitiva e l’esposizione.
1. La ristrutturazione cognitiva
L’idea di fondo che ispira questo modello di intervento classico della terapia cognitiva è che modificando alcune convinzioni disfunzionali si modificano anche le emozioni e i comportamenti conseguenti.
Ne consegue che un grande impegno viene devoluto allo scopo di modificare tali convinzioni, contestandole direttamente, mettendole alla prova della realtà, evidenziandone le contraddizioni, e via dicendo.
Intendiamoci, non c’è nulla di male in questo. Se sono convinto che gli attacchi di panico mi portino alla follia, il tentativo del terapeuta di mostrarmi quanto questa idea sia falsa è del tutto apprezzabile.
Ma cosa accade se, pur essendomi convinto di non impazzire, continuo a temere gli attacchi di panico e quando li provo “mi sento impazzire”?
Il punto è che qui la ristrutturazione cognitiva non può nulla. Si può discutere all’infinito sulla follia, sul panico, sulla mente, sulle conseguenze, etc. etc., senza cavare un ragno dal buco. Quando mi sento in ansia, continuo a sentire di impazzire.
Il problema qui è evidentemente diverso. Non si tratta di modificare una “convinzione”, ma di modificare il mio atteggiamento rispetto ad una emozione/pensiero/sensazione.
Invece di fuggire da questo stato, posso provare a familiarizzarmi con esso. E quando lo faccio, miracolosamente tutto cambia.
Si tratta di un principio fondamentale del lavoro con la mindfulness: accogliere i pensieri, le emozioni e le sensazioni per come esse si presentano, nel momento in cui sono. Nel gergo dei protocolli mindfulness, ciò viene spesso detto: riconoscere i pensieri in quanto pensieri, indipendentemente dal loro significato.
Tuttavia, una certa parte degli interventi basati sulla mindfulness sono dedicati a modificare alcuni pregiudizi che ostacolano il lavoro personale.
Ad esempio, molti interventi dell’ACT sono basati sull’idea che è bene convincersi di quanto sia inutile combattere i propri pensieri.
Questo tipo di intervento è ristrutturante in senso classico. Ne consegue che la terapia cognitivo comportamentale può arricchirsi di nuove concettualizzazioni, può renderle più articolate e sofisticate, senza gettare alle ortiche alcuni interventi palesemente utili.
2. Esposizione e desensibilizzazione
L’idea di mettersi volontariamente nelle condizioni e nelle situazioni che generalmente vengono evitate per desensibilizzarsi ad alcune emozioni è un principio solidissimo della terapia cognitivo-comportamentale.
Nessuno sogna di portare avanti una terapia del DOC, ad esempio, senza implicare una esposizione alle situazioni che generano i dubbi o le ossessioni.
Nel lavoro con la mindfulness, non solo l’esposizione non viene rifiutata, ma viene spinta ancora oltre. Non si tratta di esporsi a situazioni esterne, ma di esporsi ad eventi interiori!
In altri termini, ogni esposizione implica una esposizione più profonda: il contatto con le emozioni e le sensazioni che tale situazione esterna evoca.
E nel momento in cui mi espongo agli eventi interni, il mio scopo cambia: non è più una forma di desensibilizzazione, ma un ampliamento della prospettiva e della conoscenza.
Nel momento in cui mi espongo agli eventi interni con apertura e curiosità, li conosco più profondamente, e dunque non ne ho più paura.
Si potrebbe dire che lo scopo dell’esposizione assomiglia meno ad una anestesia e più ad un riprocessamento.
Nel gergo mindfulness si parla di intimate detachment, un ossimoro che esprime il paradosso della esposizione basata sulla mindfulness: percepisco, sento, vedo, ma nnon sono coinvolto.
Ciò è molto diverso dall’idea occidentale del distacco e forse anche da alcune ingenue rappresentazioni del concetto di desensibilizzazione.
Ma, anche in questo caso, il lavoro con la mindfulness non mette in discussione l’esposizione né i suoi effetti, ma li articola e li approfondisce.
Conclusioni
Ciò che non può sfuggire è che, al di là del dibattito se i paradigmi siano cambiati o meno, la terapia cognitivo-comportamentale può enormemente arricchirsi dell’apporto derivante dalla mindfulness e può, a sua volta, restituire arricchimento.